Giornale




Poggiali, anima profonda del ciclismo

30 maggio 2016

Si parla con Roberto Poggiali e ci si emoziona. Per chi ha passione ciclistica autentica Roberto è enciclopedia e cultura, è testimonianza e verità, è anima profonda del ciclismo.
Non gli chiediamo di una carriera brillante, da regista in gruppo ma anche da buon vincente quando se ne presentava l'occasione.
Racconta di una "Salvarani" con Gimondi campione ma con un terzetto di luogotenenti come lui, Chiappano e Ferretti, gente che il ciclismo lo ha masticato in tutte le salse, ne ha scritto e fatto scrivere pagine di storia.
Con Poggiali focalizziamo la "sua" Freccia Vallone", quella del 1965. E' una giornata da tregenda, freddissima, con nevischio; è, tra l'altro, la prima assoluta di Eddy Merckx tra i Pro ma anche lui non si sottrae ai ritiri in massa che si succedono. Partono in 250 e la finiranno in poco più di trenta, una classica che quell'anno arriva a Charleroi, nel sobborgo carbonifero di Marcinelle, ad onorare la tragedia del '56 in cui avevano perso la vita 262 persone, in gran parte italiani.
E' una corsa ad eliminazione e Poggiali pensa spesso al ritiro. "Non riuscivamo ad alimentarci, le dita non tenevano ciò che ci davano, Baldini (appena salito sull'ammiraglia Ignis) cercò di imboccarmi con cioccolata e the caldo. Su uno strappo provò ad andarsene Tommy Simpson ed io lo seguii, appena dopo si accodò il giovane Gimondi. In 3 facemmo 80 km di fuga e ce la giocammo sulla leggera salita finale; allungai in progressione e il primo a cedere fu Simpson, poi si sfilò Gimondi di qualche metro e potei vincere a braccia alzate. Fu commovente l'abbraccio degli italiani; rivincevamo la Freccia Vallone 19 anni dopo Fausto Coppi".
Giancarlo Brocci


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